Oggi mi sono immolata ancora una volta sull’altare della burocrazia. Ho affrontato la visita di revisione all’INPS, poi ho fatto una puntatina al Poliambulatorio per organizzare la batteria di visite specialistiche per settembre, infine sono andata in Fisiatria a prenotare i controlli per il braccio fortunato. Durante le inevitabili code ho anche assistito a una scena da film, quando una persona si è messa a protestare così veementemente da richiedere l’intervento della sicurezza. Sarà il caldo, che volete che dica.
A proposito di film: ieri sera ho visto uno spezzone di una
commedia in puro stile da palinsesto estivo. La protagonista è una scrittrice americana, che dopo una delusione d’amore fa una vacanza in Toscana e acquista un casolare fatiscente. Fin qui, tutto bene, a parte qualche stereotipo di troppo: il problema è che a un certo punto questa tizia, sempre in crisi, va a fare un giretto a Roma, dove incontra fortunosamente
Raoul Bova (che per di più si chiama
Marcello). I due si piacciono e instaurano una relazione più che soddisfacente sotto molti punti di vista. Lui la porta addirittura a casa sua a Positano a vedere i fuochi d’artificio (è una metafora), dopodichè lei torna al suo casale toscano e cosa fa? Senza alcuna seria ragione dà buca al povero Raul per tre mesi, prima perché è venuta a trovarla l’amica incinta, poi perché deve ristrutturare il bagno, e così via. Alla fine le si accende la lampadina, si compra un vestito bianco, va a Positano e si fa
scorazzare in vespa senza casco (da un poliziotto) fino a casa di Raoul, il quale le dice pure “che bella sorpresa”, mentre si sta evidentemente riallacciando i pantaloni perché in altre faccende affaccendato. Lei ci rimane un po’ male ("Come, non mi hai aspettata, Marcello?"), piange, riflette, torna al casale e alla fine trova pure il vero amore e si stabilisce per sempre in Toscana.
Be’, sapete una cosa? Io a una capace di lasciare Raoul-Marcello per tre mesi da solo per futili motivi, il permesso di soggiorno non glielo avrei mai dato, ecco.
Stamattina in ufficio eravamo in quattro su dodici.
Per tutta la mattinata non sono stati registrati eventi di rilievo, anche perché ci siamo dimenticati di disattivare la segreteria telefonica. Unica nota sospetta, è scomparsa una pianta di ficus.
Per il resto, tutto regolare.
Il collega A ha lanciato una simulazione ed è rimasto ipnotizzato davanti al computer per diverse ore.
Il collega M ha passato la mattina a smistare millecinquecento mail, di cui oltre la metà riguardanti il possibile acquisto di pillole colorate.
Il collega F, neoassunto ingegnere informatico, ha subito il suo battesimo del fuoco, trovandosi di fronte all’ingrato compito di riavviare il server e le stampanti senza conoscere le password.
La collega J, cioè io, ha ripristinato con successo le funzionalità della macchinetta del caffè, e in preda a crisi di astinenza si è coraggiosamente offerta per assaggiare il primo espresso.
Tanto, come si dice da noi, quel che non ammazza ingrassa.
Oggi è il mio ultimo giorno di ferie, e io mi sto incredibilmente cimentando con le pulizie di primavera, anche se in effetti è estate e avrei sicuramente di meglio da fare. Purtroppo, quando casa mia diventa tale e quale alla casa del Grande Fratello, il riassetto diventa prioritario anche per me.
E poi devo finire ancora di sistemare le valigie e i miei ultimi acquisti. Ho tralasciato di raccontare che qualche giorno fa, all’apice di uno sbalzo d’umore che avrebbe abbattuto un elefante, mi sono sfogata con una sessione di shopping estremo: al mattino sono andata in giro da sola per negozi, riuscendo in parte a contenermi, ma al pomeriggio mi sono avventurata in un centro commerciale con la cognata (che doveva comprare “solo dei piattini di plastica”), è lì è stata la fine. Non tanto per quello che ho speso, anche perché ora c’è il saldo del saldo, ma per la quantità e la mole degli oggetti acquistati. Non riesco a capire poi cosa mi abbia spinto a comprare così tanti “semilavorati”. Mi spiego meglio: è inutile che io acquisti del cibo fresco se non ho intenzione di cucinare, dei jeans se poi non ho tempo di fare gli orli, dei bavaglini da ricamare se non ho mezza voglia di trascorrere le serate a fare il punto croce. Insomma, sto nuovamente accumulando ciarpame invece di fare piazza pulita. Aggiungo che ieri sono andata a trovare i miei genitori in montagna: non so com’è, ma ogni volta che ci ricongiungiamo con i nostri parenti più prossimi, torniamo sempre a casa con una ventina di sacchetti (nel caso di mio suocero, cassette di legno o di plastica). Mia madre poi mette un sacchetto dentro un altro sacchetto e poi dentro un sacchetto più grande, così “la roba non si sciupa”. Risultato: sessanta sacchetti in giro per casa, chiusi ermeticamente con doppio nodo inglese da marinaio, e vai a capire qual è quello in cui si nascondono i tortelloni freschi! Il che è un problema, perché mettere in frigo le mie nuove ballerine rosse non sarebbe altrettanto utile.
Il dieci agosto 2007 ho fatto la mia seconda chemioterapia, e il quindici la mia famiglia allargata si è riunita per il pranzo. È stata la mia prima uscita ufficiale con Karen, ed insieme abbiamo stupito tutti. Per l’occasione mi ero truccata e avevo indossato un vestito bianco e nero e le scarpe col tacco. Quel giorno abbiamo mangiato una grigliata di carne di cui non ho sentito il sapore, abbiamo scherzato e parlato del più e del meno.
Poi, tornata a casa, ho acceso subito il pc. Il giorno di ferragosto.
Ho digitato le solite parole su Google, poi ho affinato la ricerca e cambiato motore, e infine, non contenta, sono passata all’inglese. Non ricordo nenache cosa stavo cercando esattamente. Lo so, avrei fatto meglio a chiamare un medico, ma dove lo trovavo un dottore a ferragosto? E poi non mi andava di disturbare. Ho concluso la navigazione facendo un giro nel forum di senologia che frequentavo assiduamente.
“Ragazze, ci siete? Come va?”
“Noi bene, e tu Julia, come stai?”
“Come sto…
Sto come una che a ferragosto cerca informazioni sulla chemioterapia.
Sto che a volte mi sembra che sia tutto sotto controllo, e poi dopo cinque minuti mi parte il cuore a mille e non riesco a respirare.
Sto che voglio la mia famiglia intorno, eppure desidero stare sola.
Sto che oggi mi hanno detto tutti che sono bella, ma chissà se lo pensano davvero.
Sto che da mesi avevo prenotato le vacanze al mare e invece oggi sono in città.
Sto che non sento i sapori e sono bianca come uno stracchino.
Sto così.”
Bei ricordi.
Ehi, ma oggi è ferragosto! Vuol dire che la città è vuota, e la rete pure. Ma tu, evidentemente, ci sei: parlo proprio di te, che capiti qui per caso tutti i giorni (Pasqua, Natale, Capodanno compresi) e vuoi sapere “come si sta”.
Lo so, è una giornata del cavolo. Questo è un blog personale, non contiene informazioni mediche e io qui scrivo sempre e solo per me stessa (si chiama blogterapia). Ma oggi, permettimi, farò un’eccezione per te. Poi me ne vado a fare un giro, te lo assicuro.
Non sono brava a dare consigli, ma, se puoi, adesso cerca di ridere, perché tra qualche tempo te lo ricorderai e ne sarai orgoglioso. Se invece hai voglia di sfogarti fallo pure, è un tuo sacrosanto diritto. E non è detto che ti faccia male, anzi. Se puoi goditi il sole, anche se non puoi abbronzarti. Mangia anche se non senti i sapori. Sorridi anche se sei un po’ disperato. Pensa che c’è una soluzione. Pensa a qualcuno che conosci e che ce l’ha fatta. Se credi, puoi pensare a me.
Ah, vuoi sapere come sto?
Sto bene.
Elisa - Qualcosa che non c'è
Come promesso, ecco il resoconto della
seconda tappa del nostro viaggio di rientro dalle terre pugliesi.
Ci siamo fermati a S. Benedetto del Tronto, o meglio, ci saremmo volentieri fermati a S. Benedetto del Tronto, se ci fosse stata una camera disponibile nel raggio di dieci chilometri. Dunque, ci siamo fermati a dieci chilometri da S. Benedetto del Tronto, in un paesello dell’entroterra, dove fortunatamente si festeggiava la “Sagra della stuzzicheria”. Così ci siamo rimpinzati di arrosticini e poi siamo andati a nanna, col pensiero che forse l’indomani saremmo riusciti ad esplorare la fauna e la
flora locale. E quando parlo di flora intendo proprio
lei, la sanbenedettese più dolce e simpatica della blogosfera, che ha descritto in modo mirabile il nostro incontro. Io aggiungo solo che per l’occasione mi ero stirata la chioma e messa un abitino multicolor, mica potevo farmi vedere con i capelli da pecora e vestita di nero proprio da lei che mi chiama Principessa! È stato veramente bello sentire la sua voce e vederla
di persona, nel suo habitat naturale! Ci siamo parlate come vecchie amiche, senza bisogno di tanti giri di parole, formalismi o spiegazioni…e questo è strano, almeno per me, visto che scrivo molto, ma parlo poco, e durante le vacanze ho rasentato il mutismo. Detta come va detta, quest’anno ho perso di vista molti amici, e pur avendone trovati tanti altri, virtuali e reali, ho perso anche un po' l'abitudine alla chiacchiera. Ma va bene così, fa tutto parte del concetto di “scrematura”, passatemi il termine da gourmet. Perchè è bellissimo scoprire di avere un’amica in più, che mi ha abbracciato, mi ha regalato un contenitore pieno di
olive all’ascolana, mi ha fatto vedere il posto dove lavora e le foto dei suoi figli, mi ha presentato marito ed amici e mi ha rivolto parole sincere, rasserenanti e divertenti. E il regalo più bello è stato quello di farmi sentire a casa in un posto che non avevo mai visto, e farmi subito venire voglia di tornare. Tanto che ora non penso più che ci siamo incrociate per puro caso, in questo pazzo mondo virtuale, penso che ci siamo cercate e venute incontro.
Era destino, e quando passerà di qui, un tupperware di tortellini non glielo leva nessuno.
Non abbiamo resistito: è bastato un giorno a casa, ad osservare l'immediata fioritura spontanea dei soliti problemi e di nuove inaspettate magagne, e siamo fuggiti tutti e quattro in piscina. Tutto bene: il principe si è divertito e pure ustionato (cosa che non gli era riuscita in quindici giorni di ferie al mare), le principesse hanno sguazzato con le cuginette, io ho letto spaparanzata sulla sdraio.
Niente gioco-aperitivo, ma la nostra terra come sempre non ha deluso le aspettative: un cartello all'ingresso della piscina annunciava infatti "A ferragosto tortelloni a bordo vasca".
Questo sì che è sentirsi a casa.
Siamo felicemente approdati a casa dopo un viaggio pieno di piacevoli soste. Procediamo con ordine, un post per tappa, tanto qui la lavatrice è ancora al risciacquo e abbiamo un mucchio di tempo (visite dei parenti a parte, ma questa è un’altra storia).
La prima tappa ha visto Julia ricongiungersi finalmente con il ramo cadetto della famiglia paterna. Era da dieci anni che non mettevo piede nella terra natale di mio padre, dove ho ancora una zio (con consorte) e due cugine mie coetanee, che si sono abbondantemente riprodotte in questo arco di tempo. Così sabato ho finalmente potuto conoscere i miei cinque nuovi cuginetti, l’ultimo dei quali sfornato da neanche una settimana. Abbiamo trasformato questa carrambata in una specie di Natale di metà agosto, visto il quantitativo di doni e giocattoli che ci siamo scambiati. Io ho portato a casa taralli, vino, orecchiette, riempiendo la dispensa come ai vecchi tempi, quando i miei nonni svaligiavano le masserie prima di venirci a trovare. Abbiamo ripercorso insieme le stradine del paese, visitato il porto, fatto una passeggiata nel parco affacciato sul mare. Lungo il Corso io e la Cugina maggiore abbiamo ricordato alcuni stralci della nostra adolescenza, quando percorrevamo quella strada inseguendo con scarso successo gli oggetti dei nostri primi amori (lei un enigmatico tipo di Latina, io un aitante giovanotto del luogo).
In sostanza, è stato un momento molto divertente e commovente. Mia zia, che è veramente tecnologica, ha filmato tutto e mi ha fatto un dvd seduta stante, così se mi viene la nostalgia me lo guardo, magari mangiando un tarallo. Ma sono soprattutto contenta perché le principesse si sono meravigliosamente integrate con i loro cuginetti: la piccola è stata immediatamente riconosciuta come membro del clan, in quanto mora e “caliente” come loro, mentre la grande ha spiccato per i suoi colori chiari, tanto da apparire come una specie di angelo caduto in terra. Ha giocato con gli altri, poi ha notato che lì le case non avevano i tetti e si è messa a disegnare e a pensare, canticchiando con la sua vocina flautata e l’accento emiliano.
E credo proprio che abbia fatto colpo. Ieri la Cugina mi ha chiamato per dirmi che suo figlio maggiore, otto anni, da quando siamo partiti non fa che parlare di lei, la cuginetta normanna dagli occhi blu, e chiede in continuazione: “Ma davvero ci riusciamo a vedere solo ogni dieci anni? È così bella!”
Oggi per la nostra principesca famiglia è l’ultimo giorno di permanenza al villaggio. È stata una bella vacanza: il marito si è riposato, le bimbe si sono molto divertite, io mi sono rilassata ed ho rimesso in ordine le idee, almeno spero. Ci voleva un periodo così, noi quattro da soli, finalmente autonomi, lontani dalla nostra piccola città e difficilmente rintracciabili. In una parola, latitanti. Una vacanza che verrà ricordata per tanti bei momenti e molti discorsi importanti, difficili da pronunciare e soprattutto da ascoltare. Ma ne parlerò più avanti, quando avrò metabolizzato tutto per bene. Ora mi preparo all’ultimo atto della mia permanenza in Puglia, ovvero l’incontro con i miei parenti, che non vedo da tanti anni. Sono certa che anche in questo caso si tratterà di un evento memorabile.
A dirla tutta, durante queste ferie ho anche spaziato abbondantemente tra i diversi stati d’animo a disposizione del genere umano: felicità, tristezza, angoscia, serenità, rabbia, paura, speranza, noia, euforia…non mi sono fatta mancare proprio nulla. Ho provato anche molta invidia, lo ammetto. Era da tanto che non mi capitava, anche perché la considero un sentimento piuttosto inutile (al pari della frase “tu non puoi capire”), ma tant’è. Ho invidiato le mamme impegnate a parlare di lavoro, di protezioni solari, di asili e figli che crescono, come se io non potessi più affrontare questi argomenti. Ma non è vero, e lo so. E tutti, chi più o chi meno, hanno le loro preoccupazioni. A tal proposito, c’è un gesto liberatorio che non mi sono mai stancata di osservare in tutti questi giorni. È il momento in cui si prende posto sotto l’ombrellone e ci si toglie i vestiti. Le persone appendono i loro indumenti e sembrano subito sollevate: è come se in quel momento si liberassero dei problemi, e riuscissero a sentirsi veramente più leggere e pronte a godersi il sole. Io appendo le mie magagne con la salute, tu ti liberi dello stress, quell’altro si sbarazza dei problemi sul lavoro, quella signora dimentica i parenti serpenti, quell’altra si toglie di dosso la stanchezza, e così via. Può durare anche solo un attimo, ma è questo tipo di gesto che ci fa sentire tutti veramente in vacanza.
Ecco, dopo due settimane passate a sentirmi diversa, sono giunta alla conclusione che siamo sempre tutti sulla stessa barca. L’unico che mi sento di invidiare adesso è il bagnino, guarda caso il solo che lavora, con indosso la sua bella maglietta con scritto salvataggio. Mi piacerebbe proprio una maglietta così, da indossare con disinvoltura tutto l’anno. Anzi, me la metterei ancor più volentieri, se ci fosse scritto sopra semplicemente salvata.
Vedo con piacere che le mie figlie e mio marito hanno imparato qualche espressione tipica dell’idioma locale. Credo che tutto ciò sia dovuto principalmente all'assidua frequentazione delle tate del mini-club. Ah, per inciso il principe l’altro giorno è stato apostrofato dalle zelanti ragazze dell’animazione in questo modo: “Vieni qui a prendere le tue bimbe, papà più bello del mondo!”. Mah, forse non avrei dovuto passare tutto quel tempo a leggere. Comunque non pensiamoci: la vacanza è agli sgoccioli, e poi devo ammettere che è difficile non restare ammirati davanti a certe bellezze del posto. Anch'io, del resto, in via del tutto ipotetica, cioè se non avessi gli ormoni azzerati, potrei essere sensibile all’indiscusso fascino dell’uomo pugliese, se non altro per ragioni di DNA. È il richiamo del sangue, non ci si può far nulla. Per adesso però mi limito ad apprezzare sempre di più l’umorismo del maschio locale, decisamente goliardico ma con tendenza al surreale. Per esempio, oggi al ristorante ho leggermente ripreso mio marito, tornato dal buffet con un piatto di cozze invece della frutta, e il nostro cameriere mi ha sottolineato, ammiccante: “Signora, in fondo sono frutti di mare…”. Notevole, no?
A ben guardare, mi sono vagamente abbronzata, ma solo sul davanti. Penso dipenda dal fatto che passo la maggior parte del tempo a leggere sotto l’ombrellone. Ieri ho finito “Firmino” di Sam Savage, davvero notevole e ben scritto, tanto da fare un po’ invidia. Mi sono immedesimata nel protagonista a tal punto, che ho divorato il libro come avrebbe fatto lui. Ma non vi dico oltre, leggetelo. Ora sto leggendo Sophie Kinsella, che mi svuota la testa e mi rende piacevolmente euforica, quasi come il gioco-aperitivo.
C’è da dire che i libri si rovinano, in spiaggia, soprattutto se vengono strapazzati come faccio io. Si macchiano, si impregnano di salsedine e crema solare, e poi quando li metti nella libreria non fanno certo una bella figura, per non parlare della vergogna che ti assale quando qualcuno te li chiede in prestito. Però vuoi mettere che emozione, quando li riapri, magari durante una nebbiosa giornata invernale, e dalle pagine rotola via un piccolo granello di sabbia?